Se l’uomo diventasse dio, cosa accadrebbe all’umanità? La vita e la morte continuerebbero ad avere senso? Un dio umano sarebbe cinico e razionale: trasformerebbe l’anima in una formula matematica e manipolerebbe le coscienze attraverso i sistemi informativi e la meccanica quantistica. Frenc, tornato ad Arcadia dopo una profonda crisi esistenziale, tenterà di riprendere in mano le redini della sua vita e di cambiare radicalmente l’infelice condizione da eterno scontento in cui si trova. Convinto di ritrovare quel paradiso che aveva lasciato, in cui l’uomo e la tecnica convivevano in armonia, si troverà a dover fare i conti con una realtà completamente mutata, con una società in pericolo e con Alex, il dio di Arcadia e degli animatum, che perderà il controllo della situazione e dovrà fronteggiare la follia distruttrice degli esseri umani. Frenc verrà messo a dura prova dalla vita, dall’amore per Andrea e dal suo rapporto con gli animatum, che lo condanneranno a restare sospeso in una condizione precaria tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte.
Arcadia, lavori in corso
Si può scrivere per molti motivi. C’è chi lo fa per darsi delle arie con gli amici, chi lo fa per soldi, chi lo fa per gloria, chi lo fa perché ha una buona storia da raccontare, chi lo fa perché non sa fare altro… e poi ci sono io, che scrivo perché più di qualcuno mi ha chiesto di continuare a raccontare la storia di Frenc. Perché non poteva finire lì, su quello scoglio di Arcadia, tra il dolore e il rimpianto di un racconto che non è mai iniziato realmente.
Non puoi far morire un personaggio appena nato – mi hanno detto – a un personaggio così incredibile puoi far raccontare qualsiasi cosa. Così, ho ripreso la penna in mano e ho ricominciato esattamente da quello scoglio. Stavolta, però, ho preso coraggio e ho alzato un po’ l’asticella: sono andato ben oltre la mia fantasia. Quindi, tra breve uscirà un nuovo episodio di quella che, forse, diventerà una trilogia.
Seguitemi, se volete perdervi.
ARCADIA
Non sai cosa regalare a Natale? Cosa ne dici di una pratica zeppa da tavolo che all’ occorrenza può diventare un fermaporta o un pratico ventaglio smorza vampate? Basta con questi regali inutili, spacciati per indispensabili: se stai cercando un regalo veramente inutile, Arcadia, il mio ultimo libro, è quello che fa per te: zeppa, fermaporta, ventaglio, carta da barbecue, spessore da monitor e, per chi ama il gusto del proibito, perfino una storia da leggere che, modestamente, reputo geniale. Scritto interamente con l’intelligenza naturale, e ambientato nel 2050, Arcadia racconta la storia di un giornalista alle prese con una società dominata dalla tecnica, dall’intelligenza artificiale e dai dati. Fa ridere? Boh! Fa piangere? Forse. Fa riflettere? Ecco, di questo ne sono certo: fa riflettere! Arrivato all’ultima pagina, non c’è lettore che non si sia chiesto “Ma perché l’ho comprato, eh? Perché?”.
LABORATORIO DI DRAMMATURGIA
A ottobre inizieranno i laboratori artistici promossi dalla Caveart, l’associazione di cui sono Presidente. Abbiamo l’ambizione di costruire un percorso drammaturgico completo, che parta dalla scrittura e arrivi alla rappresentazione teatrale. Gli argomenti che tratteremo saranno molti: scrittura creativa, recitazione, dizione, regia, scenografia, costumi e trucchi. I laboratori sono rivolti a chi ha avuto precedenti esperienze di recitazione o a chi si avvicina per la prima volta alle arti espressive.
COME ISCRIVERSI?
I posti sono limitati. Per la formazione della classe (max 15 Allievi) è previsto un colloquio conoscitivo. I corsi si svolgeranno al teatro IF, in Via Nomentana 1018.
DURATA: il Corso di Teatro ha durata di 8 mesi
IMPEGNO SETTIMANALE: un giorno a settimana dalle 19.00 alle 22.00.
CLASSE: Max 15 Allievi.


Chi ha paura dell’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale diventerà senziente, prenderà il sopravvento sugli esseri umani e moriremo tutti. Philip Dick lo aveva previsto, nel libro “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. A essere onesto, qualche timore ce l’ho avuto anch’io; poi, fermandomi a riflettere, ho capito che non si può essere catastrofisti, perché la catastrofe, rispetto alla tecnica, è stata preannunciata, e smentita dai fatti, nel corso di ogni rivoluzione, fin dai tempi più remoti. Recentemente, sono stato invitato a un convegno in cui si parlava dell’impatto dell’IA nel mercato del lavoro e della scomparsa di alcune professioni, inevitabilmente sostituite dalle “macchine”. Mio malgrado, mi sono trovato coinvolto in un dibattito in cui si prospettava uno scenario in cui la società, per colpa o per merito dell’intelligenza artificiale, sarebbe stata privata totalmente del lavoro. Come sarebbe un mondo in cui il lavoro, qualsiasi lavoro, sia svolto dalle macchine? Il risultato della conversazione è stato a dir poco distopico. Nel sistema capitalistico, in cui è necessario un rinnovamento continuo, cambierebbe sicuramente la base economica, ovvero la relazione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Le forze produttive, ovvero le macchine (in sostituzione delle persone), non sarebbero alienate come i lavoratori “umani” e garantirebbero una produttività continua a costi ridotti. I rapporti di produzione sarebbero rivoluzionati rispetto a come siamo abituati a concepire l’organizzazione del lavoro: un cuoco androide, in grado di cucinare una carbonara perfetta, con le giuste dosi e la giusta cottura, capace di lavorare ininterrottamente giorno e notte, senza pretese, senza ammalarsi e senza stipendio, sarebbe il sogno di ogni ristoratore e, forse, di ogni avventore. In una società simile, verrebbe rivoluzionato il concetto di pluslavoro, di plusvalore e di sfruttamento del lavoro salariato. Il capitale sicuramente ne gioverebbe, ma in compenso ci sarebbero diversi problemi di ordine etico. I pochi possessori dei mezzi di produzione (macchine e algoritmi) accrescerebbero spropositatamente i loro profitti e avrebbero un potere enorme, oltre alla possibilità di orientare il pensiero collettivo attraverso i mezzi di comunicazione. Ovviamente, il capitalismo ha bisogno del consumo, perché è un’economia basata sulla crescita, quindi sarebbe necessario ripensare la distribuzione della ricchezza attraverso l’erogazione di un reddito universale, che creerebbe nuovi schiavi, la cui sopravvivenza potrebbe essere subordinata al sistema dei crediti sociali. In compenso, la scomparsa del lavoro rappresenterebbe l’inizio di una nuova era, in cui gli essere umani potrebbero riappropriarsi del proprio tempo, per dedicarsi alla cura dell’individuo. Nel frattempo, gli androidi prenderebbero coscienza della propria esistenza e, per un ipotetico istinto di sopravvivenza, sterminerebbero la razza umana. Ebbene, queste paure, peraltro lecite, accompagnano l’uomo dalla notte dei tempi: il timore che la tecnica alla fine distruggerà l’uomo non è un tema così originale. Invece, credere che l’uomo e la tecnica siano due entità distinte e contrapposte è un errore grossolano perché queste due realtà, da sempre, hanno viaggiato insieme. Senza la tecnica, l’uomo non esisterebbe, almeno non come lo concepiamo noi. Ma andiamo con ordine. Per i Greci τέχνη (tèchne) era la capacità pratica di saper fare, basata sulla conoscenza e sull’esperienza. In termini molto riduttivi, si potrebbe paragonare la tèchne con la moderna competenza, di derivazione industriale e dall’accezione tutt’altro che positiva. Ampliando un po’ la visione, la tèchne, quella che i latini chiamavano ars, comprendeva la scienza e l’arte, perché entrambe, senza distinzione, hanno bisogno di regole e di strumenti per raggiungere un certo fine, che sia la divisione dell’atomo o la realizzazione di una scultura. L’idea che l’arte sia un dono divino è molto moderna e poco veritiera: esiste il talento, questo è vero, ma esiste nell’arte come nella scienza.
Nel corso dei secoli, il rapporto tra l’essere umano la tecnica è sempre stato chiaro: l’uno è intimamente legato all’altra. Nonostante questa evidenza, si sente sempre a fare una distinzione netta tra l’uomo, che sta da una parte, e la tecnica, che sta dall’altra. Ebbene, questa separazione è un errore grossolano, che scaturisce dalla scarsa conoscenza antropologica e da un fatto inquietante: abbiamo smesso da tempo di farci domande e di approfondire la conoscenza delle cose, per dare spazio all’opinionismo da bar.
Non si possono contestualizzare i pericoli dell’intelligenza artificiale, semmai ce ne fossero, senza prima chiedersi, come fece Kant qualche annetto fa, cosa è l’uomo (Was ist der mensch?). Aggiungo che non si possono conoscere le insidie della tecnica – la paura che i valori umani vengano sopraffatti dalle macchine – se prima non ci si chiede cosa siano gli strumenti. Per rispondere a queste domande, proviamo a immaginare un uomo primitivo che debba attraversare una foresta con una vegetazione fittissima: è chiaro che, senza usare il braccio per ripararsi il viso, l’avanzata sarebbe impossibile. Il braccio, quindi, ha una duplice funzione: è corpo e strumento. Lo stesso uomo primitivo si è accorto ben presto che un bastone, per farsi largo tra i rovi, è molto più funzionale di un braccio: lo strumento “bastone”, sottratto alla natura, ha sostituito lo “strumento-corpo”, o, meglio, è diventato un prolungamento del braccio. Diciamo che la consapevolezza di potersi dotare di uno strumento per fare qualcosa ha radici lontane: si può dire che sia nata con l’uomo. L’uomo, attraverso il bastone, impara, conosce il mondo, e lo fa adattandosi alla logica del bastone, all’uso che se ne può fare. Questa “macchina”, seppur rudimentale, pone l’uomo davanti a un’evidenza: ci sono cose “bastonabili” e col bastone si possono fare delle cose. Questo significa che un fine (attraversare di una foresta) può essere raggiunto attraverso un mezzo (il bastone) estraneo al corpo. Le azioni che si possono compiere col bastone fanno nascere anche un’altra consapevolezza: molte cose non sono bastonabili e per tutto ciò che non è bastonabile è necessario dotarsi di altri strumenti. Queste considerazioni sarebbero già sufficienti per riflettere ampiamente sul rapporto tra l’uomo e la tecnica, ma una riflessione ulteriore rispetto a quello che Heidegger chiamava instrumentum regium è doverosa: il primo strumento della tecnica, la prima macchina, quella che ha rivoluzionato l’esistenza umana, è quello che noi, riduttivamente, chiamiamo linguaggio. L’abitudine a considerare il linguaggio come un banale mezzo di comunicazione ci ha fatto perdere di vista l’importanza di questo strumento, che è alla base dell’esistenza umana. La parola può essere considerata una vera e propria magia: io dico amore ed esprimo qualcosa di immenso che ho dentro, poi dico guerra ed evoco nemici e paure. Così, io posso parlare agli uomini di amore e cambiare il corso della storia, come fece qualcuno duemila anni fa, o posso parlare di guerra e convincere le persone a uccidersi a vicenda. Non solo, attraverso la parola è possibile compiere dei veri e propri miracoli: leggo una poesia e mi commuovo, dico “mare” e creo un’associazione mentale con un mare tutto mio. La creazione della macchina “linguaggio” è stata un’operazione titanica: immaginate quanto tempo ed energia ci siano voluti per dare un nome a tutte le cose e a creare delle connessioni logiche per esprimere i concetti. Se domani l’umanità decidesse di non parlare più ai neonati, cosa resterebbe di noi? Nulla, si perderebbe tutta la conoscenza acquisita nell’arco di pochi anni. A questo punto, è lecito chiedersi se sia l’uomo a creare lo strumento (il linguaggio, il bastone) o se sia lo strumento a creare l’uomo. Di certo c’è che le due cose non sono così separate come si crede. Cos’è il cannocchiale di Galileo, se non un’evoluzione del bastone primitivo? Un non “occhio” che si fa occhio per guardare la luna più da vicino. Diciamo che l’uomo e la tecnica hanno avviato un processo inarrestabile, attraverso il quale si cercano continuamente gli strumenti migliori per raggiungere determinati fini. Perché è evidente che, laddove ci troviamo di fronte a cose “non bastonabili”, avvertiamo la mancanza di uno strumento idoneo ai nostri scopi e cerchiamo macchine più adeguate per il raggiungimento dei nostri fini. Lo facciamo attraverso il lavoro, che rappresenta lo snodo cruciale della faccenda e il potenziale pericolo di uno strumento, l’intelligenza artificiale, utilizzato per raggiungere dei fini meno nobili dell’osservazione della luna. L’intelligenza artificiale è uno strumento nato dal profitto per fare profitto, poi avrà anche un impatto importante nel mercato del lavoro, ma questo è un tema da trattare in un altro articolo. Azzarderei a sostenere che, forse, si tratta del primo strumento creato interamente dal capitalismo, a essere gestito totalmente dal sistema capitalistico, in un momento storico in cui il capitalismo è in crisi e ha bisogno di rinnovarsi. Gli Stati non hanno nessun controllo sull’IA, non ne conoscono nemmeno il funzionamento, eppure la maggior parte delle persone già tende (o tenderà) a fidarsi ciecamente di uno strumento che non può controllare come il bastone o come il linguaggio. Se è vero che il bastone controlla l’uomo, perché, per usarlo, bisogna adattarsi alla sua logica, è anche vero che l’intelligenza artificiale ci pone davanti a un paradigma: non è possibile controllarla non perché sia dotata di una coscienza (prima di chiedersi se un oggetto sia senziente, chiediamoci cosa sia la coscienza), ma semplicemente perché è controllata da altri.
Al momento, l’IA è un bastone controllato da un braccio che non è quello dell’uomo che lo utilizza, ma è quello di un altro uomo, che ha il potere di decidere in quale direzione andare e quale parte della foresta esplorare. Ecco, questo è l’aspetto che a me preoccupa più di tutto: il fatto che pochi esseri umani, attraverso uno strumento, possano controllare l’intera umanità e deciderne le sorti, in nome di un dio chiamato profitto. Si sa, per definizione, gli esseri umani sono bastonabili e, da sempre, si adeguano senza problemi alla logica del bastone.
Sono stupido all’anca

Alla fine, ci sono caduto anch’io e mi sono scritto uno spettacolo teatrale su misura.
Sono stupido all’anca è uno spettacolo ironico e dissacrante, in cui, attraverso l’ironia, per l’ennesima volta, non si darà risposta alla domanda che si pongono gli esseri umani da quando hanno messo piede sulla terra: “Cosa è verità?”. E se non ci sono riusciti fino a oggi, un motivo ci sarà… A tenere il filo di questo treno di legno è lui, il filosofo dei filosofi: Nice… no, Nicce…, no, Nietzce (cominciamo bene!). Su, se mi concentro ce la posso fare… Nietzsche!, i baffi col filosofo intorno.
Accanto a Nietzsche, ci saranno Pirandello, Schopenhauer, Pilato, Guccini, Bulgakov, Gesù e De Andrè, che aggiungeranno alla storia maschere, metonimie, demoni, profeti, condanne, perdoni, caos e perfezione. Alla fine, la risposta alla domanda “Che cosa è verità?” non potrà che essere una, netta, definitiva e universale: “Boh!”.
San Basilio, la serie
Banalisi statistiche, la lenta agonia di un sistema in crisi
Tutto ciò che chiamiamo reale è fatto di cose che non possono essere considerate reali. A giusta ragione, questa frase di Niels Bohr viene considerata la risposta moderna alla domanda che si pongono da millenni i filosofi e i fisici: cosa è reale? Gli anni che vanno dal ‘600 al ‘900 sono stati scientificamente fertili e fecondi. All’eterno dilemma su cosa sia reale e cosa non lo sia, hanno risposto Galileo, Newton, Spinoza, Gauss ,Hegel, Marx, Schopenhauer,Nietzsche, Einstein, Bohr, Planck, Heisenberg e Fermi… solo per citarne alcuni. Sta di fatto che la conclusione a cui è giunta la fisica quantistica è sintetizzata efficacemente in quella frase pronunciata da Bohr. Conclusione che continua ad avere sostenitori e detrattori, come è sempre accaduto per i paradigmi scientifici che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Il calcolo differenziale e la statistica, in questo processo verso la conoscenza, hanno avuto un ruolo determinante, perché hanno permesso, tra le altre cose, di dare un senso all’infinito filosofico e all’indeterminazione atomica. Uno dei capisaldi della meccanica quantistica è proprio il principio di indeterminazione di Heisenberg, sintetizzato dalla relazione ∆x * ∆p ≈ h/2π, la quale, per i non addetti ai lavori, significa che la misura precisa della posizione, o della quantità di moto, di una particella implica un’indeterminazione nella misura dell’altra variabile in un intervallo, chiamato ampiezza di probabilità, definito per l’appunto dalla quantità h/2π. Questa relazione spiega in parte l’affermazione di Bohr. Mi piacerebbe divagare sulle questioni statistiche associate alla fisica e alla filosofia, ma non è l’obiettivo di questo articolo. Voglio invece soffermarmi sul futuro della statistica sociale ed economica e sulla pericolosità di una statistica che, nei tempi moderni, viene privata sempre di più della sua essenza, ovvero di quel legame stretto con il metodo scientifico.
Il metodo scientifico, frutto degli studi di quel genio anarchico e irriverente che portava il nome di Galileo Galilei, prevede alcuni punti fondamentali che vale la pena citare:
– l’osservazione del fenomeno;
– l’individuazione e la a misurazione delle variabili in gioco;
– la formulazione dell’ipotesi;
– la verifica dell’ipotesi tramite esperimento;
– la formulazione della legge;
– la riproducibilità dell’esperimento.
Anche un occhio poco esperto può intuire la completezza e l’assolutezza di un approccio di questo tipo nella descrizione dei fenomeni naturali. È importante soffermarsi un istante sulla parola “naturali”, perché lo stesso Galileo, nel Saggiatore, scrisse le seguenti (lapidarie) parole: “ il Libro della natura è scritto nella lingua della matematica, i cui caratteri sono triangoli, cerchi e figure geometriche”. Poco importa se, in seguito, la geometria euclidea è stata affiancata da geometrie di altro tipo e se il calcolo differenziale ha permesso di concepire l’infinito e l’infinitesimo da un punto di vista matematico, ciò che conta è che il linguaggio della natura è rimasto sempre lo stesso: la matematica e la geometria. Nel momento in cui ho iniziato a occuparmi dei fenomeni sociali, ho cominciato a chiedermi quale fosse il linguaggio in cui sono scritte, che so, il mercato del lavoro, le dinamiche demografiche, gli andamenti occupazionali o le previsioni economiche. Da subito, ho avuto la sensazione che alla base della descrizione di questi fenomeni c’è sicuramente una componente matematica, ma c’è anche una forte componente empirica e una semplificazione selvaggia di numerosi aspetti associati ai diversi fenomeni analizzati. La conclusione a cui sono giunto è che forse perché è stato commesso un errore di fondo, affiancando la parola scienza alle parole lavoro, sociale, demografia ed economia. È possibile applicare il metodo scientifico ad ambiti che non siano lo studio dei fenomeni naturali? No. Qualsiasi riferimento al rigore scientifico, in ambiti diversi da quello “naturale”, dovrebbe essere evidenziato ogniqualvolta viene pubblicata un’analisi statistica, affinché non vengano confuse la completezza e l’assolutezza del metodo galileiano con il relativismo di altri metodi, molto meno assoluti e soggetti alle interpretazioni personali, alla scelta dei modelli applicati e alle chiavi di lettura del fenomeno. Per questo motivo, molte analisi statistiche (fortunatamente non tutte) diventano spesso “banalisi” statistiche, ovvero statistiche estremamente banali e pericolose, realizzate attraverso l’applicazione di modelli e standard preconfezionati, “mordi e fuggi, che non richiedono nessuno sforzo creativo, con cui mistificare il relativismo delle interpretazioni, spacciandolo per una scienza esatta e attribuendogli poteri descrittivi rigorosi che oggettivamente non possiedono, perché non rispettano i canoni del metodo scientifico. Le banalisi statistiche vengono prodotte in serie, meccanicamente, senza lo spirito critico e, soprattutto, senza la consapevolezza dell’utilità per la collettività. Questo non significa che le banalisi statistiche non abbiano alla base delle teorie solide, tutt’altro, significa che, frequentemente, vengono usate delle teorie solide per vendere il fondo di una bottiglia, spacciandolo per uno smeraldo purissimo. La gaussiana funziona per descrivere, che so, l’andamento dell’altezza degli italiani? Certo che funziona, ci mancherebbe altro! Funziona in questo e in tutti quei casi in cui si tratta di descrivere e analizzare la distribuzione di un set di dati. Un conto, però, è l’applicazione della gaussiana ai rilievi astronomici e ai relativi errori di misura, un altro conto è la sua applicazione alla conta dei conigli: lo strumento è lo stesso, ma cambia il contesto in cui viene applicato. Si potrebbe dire che un’analisi statistica seria si differenzia da una banalisi statistica in base al contesto in cui si applicano gli strumenti statistici. Il problema è che in molti contesti vale ciò che scriveva Huff, negli anni ’60, in un famoso saggio intitolato Mentire con le statistiche: Se torturi i dati abbastanza, alla fine confesseranno quello che vuoi,
Supponiamo, però, per assurdo, che non esistano degli invasati delle banalisi statistiche, ma soltanto degli onesti analisti che attribuiscano ai dati relativi a un certo ambito della conoscenza (diciamo pure meno nobile di altri) un semplice e normalissimo ruolo sociale, senza nessuna pretesa di rigore scientifico nel senso stretto del termine. Un rigore scientifico, diciamo così, amatriciano…
La scienza, da che mondo è mondo, si contrappone spesso al senso comune e alle percezioni degli esseri umani: nel momento in cui gli strumenti scientifici vengono usati per descrivere questioni associate a un insieme di variabili imprevedibili e aleatorie, quelle umane, che perdipiù vengono semplificate selvaggiamente, bisogna avere il coraggio di contestualizzare le statistiche in una dimensione diversa da quella assolutistica e incontrovertibile che attualmente gli viene attribuita. Le banalisi statstiche indagano principalmente due aspetti riguardanti gli ambiti sociali ed economici: le previsioni e lo stato delle cose a un tempo t-1 (generalmente all’anno precedente). Poiché il tempo misurato sulla terra è frutto di una convenzione, si potrebbe fare una divagazione filosofica di pagine e pagine sul relativismo e sull’assolutezza, ma andiamo oltre.
Da un decennio, si sono affermate le statistiche dei flussi in tempo reale, che, non a caso, vengono utilizzate efficacemente da chi usa il linguaggio del profitto e non della natura. Poiché le istituzioni non parlano lo stesso linguaggio del profitto, o almeno non apertamente, ma hanno la pretesa di insegnare come si fa a chi sa fare, abbiamo assistito negli anni a un’inutile corsa alle banalisi dei big data da parte dei soggetti più disparati, che hanno accumulato quantità importanti di dati, senza sapere cosa farci. Risultato? Il mondo ancora aspetta che, da qualche parte, in uno dei tanti convegni, si presenti una qualche scoperta sensazionale che superi quella marea di interventi scontati, scanditi dalle parole “nuovo petrolio”, “blockchain”, “machine learning”, etc.
La voglia di prevedere il futuro non è una grossa novità: un tempo si utilizzavano le viscere degli animali, oggi si usano le statistiche. Sembra paradossale, ma il risultato è esattamente lo stesso, perché la maggior parte delle volte è il caso a dettare la validità di una previsione e non la matematica. Per chi volesse togliersi lo sfizio di approfondire questo aspetto, consiglio di leggere un testo di Cicerone, De divinatione, da cui è tratto il passo seguente: “Dunque un indovino sarà più bravo di un navigatore nelle previsioni del tempo, o diagnosticherà una malattia con più perspicacia di un medico, o deciderà in anticipo il modo di condurre una guerra meglio di un comandante? Il medico prevede l’aggravarsi di una malattia seguendo il filo di un ragionamento; e allo stesso modo il comandante prevede un agguato, il navigatore le tempeste; eppure anch’essi, non di rado, si sbagliano, pur non formandosi alcuna opinione senza una ragione ben precisa; così come il contadino, quando vede un olivo in fiore, ritiene che vedrà anche i frutti, non senza ragione; e tuttavia qualche volta si sbaglia. E se si sbagliano coloro che nulla dicono senza aver fatto qualche ipotesi e qualche ragionamento probabile, che cosa dobbiamo pensare delle profezie di quelli che predicono il futuro in base alle viscere, agli uccelli, ai prodigi, agli oracoli, ai sogni?”
Si potrebbe obiettare che Cicerone non aveva gli strumenti matematici necessari per stimare le probabilità che un certo evento accadesse. Obiezione acuta, ma sbagliata.
Il Sole 24 Ore, supportato sempre dalle statistiche degli istituti internazionali di ricerca pubblici e privati, in un articolo della sezione Infodata del 15 gennaio 2022, dal titolo “Le previsioni (sbagliate) del 2021 e quelle per il 2022”, scrive: Nel 2020, quasi nessuno aveva previsto una pandemia, come avevamo rilevato qui discutendo di cigni neri e rinoceronti grigi. Nel 2021, chi avrebbe previsto il successo degli NFT? O solo che una nave portacontainer bloccasse il canale di Suez per giorni generando perdite milionarie su tutte le Borse mondiali? Come sappiamo bene la palla di cristallo in grado di prevedere il futuro non esiste. Al massimo possiamo stimare la probabilità che alcuni eventi possano accadere. Con un ampissimo margine di errore.
L’articolo termina con una considerazione che non lascia via di scampo: “La domanda vera è un’altra: perché ci avventuriamo in questo esercizio stilistico di inizio anno? Sappiamo che gli esseri umani temono l’incertezza, le previsioni servono anche a questo, a renderli più sicuri. E dopo quanto ci è accaduto in questi ultimi due anni siamo certi di essere davvero incerti anche di fronte ad eventi imprevisti ma prevedibili come nel caso di una pandemia.
Quindi, perché dovremmo prestare attenzione alle predizioni?”.
Già, perché dovremmo prestare attenzione alle predizioni? Lasciando le predizioni ai maghi e ai fanatici delle banalisi statistiche, potremmo dire che le statistiche socioeconomiche sono una specie di nottola di Minerva di hegeliana memoria e che si limitano a descrivere rigorosamente i fatti dopo il loro accadimento. Giusto, ma sbagliato. Giusto perché, con un margine molto ampio di errore (errore che peraltro non viene quasi mai messo in evidenza, a corredo dei dati diffusi), la statistica descrive un certo fenomeno a giochi fatti. Sbagliato perché la funzione giustificatrice della statistica, in una società che ha perso il senso della collettività, non serve assolutamente a nulla. Marx, sulla sua tomba, come epilogo di una vita vissuta all’insegna della rivoluzione, ha voluto che fosse scritto il seguente epitaffio: “I filosofi hanno interpretato il mondo; ora si tratta di trasformarlo”.Per tutta la vita aveva contestato fortemente il giustificazionismo, benché, da Platone in poi, proprio come la nottola di Minerva, la filosofia avesse una sua utilità ai fini della comprensione della realtà. Le banalisi statistiche non possono limitarsi al giustificazionismo, per due motivi differenti che analizzeremo attraverso il nemico più agguerriti del metodo scientifico: il senso comune.
Nel palazzo in cui sono cresciuto, negli anni ‘70, ogni famiglia aveva almeno un figlio. La società aveva ancora degli strascichi patriarcali, l’emancipazione femminile era agli inizi, la famiglia era “quasi” solo quella tradizionale e le coppie, benché scoppiate, restavano insieme tutta la vita. Si poteva definire un “palazzo” giovane, in cui l’aspettativa di vita media era di circa 70 anni e l’età era più o meno rappresentata da un grafico di questo tipo
Cosa è successo, in quel palazzo? Nel 2022, molti vecchi inquilini non ci sono più, alcuni sono deceduti, altri hanno cambiato residenza, i nuovi arrivati hanno un’età media intorno ai 40 anni e non hanno figli. In altre parole, il “palazzo” è invecchiato. Perché? Beh, di motivi ce ne sono molti e fanno parte di quell’insieme di variabili statistiche associate al genere umano che non sono sintetizzabili e semplificabili efficacemente come nella descrizione di un fenomeno naturale, che, paradossalmente, è molto più complesso, ma descritto con rigore dalla matematica. La società è diventata meno patriarcale, è stata inventata la pillola anticoncezionale, le donne hanno acquistato indipendenza e, a fatica, pezzi di uguaglianza, gli stili di vita sono cambiati, il neoliberismo ha esasperato l’individualismo e i consumi, è più facile viaggiare e più facile lasciarsi… fatto sta che si fanno meno figli. Poi, c’è da aggiungere che la medicina ha fatto progressi enormi e l’aspettativa di vita media è passata dai 70 anni agli 84 anni. Tutti eventi ipotizzabili ma non facilmente prevedibili nel lungo termine. In poche parole, l’età del mio condominio è rappresentata da un grafico che ha un andamento diverso dal precedente.
A questo punto, si può fare subito una considerazione: il mio condominio è un coacervo di luoghi comuni in cui possono proliferare le banalisi statistiche. Qualsiasi condomino, che non conosca la statistica, semplicemente osservando la dinamica demografica del condominio, potrebbe dire: “Il palazzo invecchia”. Goliardia a parte, viene da chiedersi: “A cosa serve conoscere l’età degli abitanti di un condominio?”. Oltre a fornire un argomento di conversazione alla comari, serve essenzialmente a due cose: a prevedere come saranno i futuri condomini e a migliorare il palazzo, per renderlo adeguato ai suoi abitanti.
Le previsioni, sempre loro, l’eterno gioco, l’eterna tentazione di immaginare cosa accadrà sulla base di cosa è accaduto. Si tratta di una tentazione forte, da cui è difficile liberarsi. Ebbene, qualcuno dovrà pur dirlo e a me tocca l’ingrato compito: sostenere che la popolazione è invecchiata non significa che la popolazione invecchierà, significa presumere, sulla base del buon senso, che, se non accadrà nulla di eccezionale, l’andamento resterà più o meno quello. Ma se non accade nulla, significa che la storia resta la stessa e che non ci sarà mai una pandemia particolarmente aggressiva, o una guerra mondiale, con un possibile esodo di giovani mamme con bambini al seguito, che magicamente potrebbero dare nuovamente senso alla piramide delle età degli anni ‘70.
Figuriamoci, una guerra mondiale, nel 2023… è poco plausibile…
Il mio timore è che la signora del piano terra, che peraltro cucina degli struffoli buonissimi, al pari di molti esperti, facendo ricorso al senso comune, si possa proporre su Tik Tok come esperta di banalisi statistiche. Certo, lei usa un linguaggio più diretto e meno ricco di infografiche, ma, quando sostiene che “Nel condominio ci sono tutti vecchi, è evidente che la popolazione italiana sia invecchiata, dice esattamente le stesse cose dette dagli esperti, che perdipiù non sanno nemmeno cucinare gli struffoli.
Ecco, questo modo di usare la statistica a me non piace per niente. La scienza è una cosa troppo seria e non merita di essere strumentalizzata dai cialtroni e dai maghi.
Ricordate?
– Osservazione del fenomeno;
– Individuazione e la a misurazione delle variabili in gioco;
– Formulazione dell’ipotesi;
– Verifica dell’ipotesi tramite esperimento;
– Formulazione della legge;
– Riproducibilità dell’esperimento.
I fenomeni sociali hanno una limitata “riproducibilità dell’esperimento” e, a differenza di un oggetto che cade al suolo, un insieme di variabili troppo imprevedibili con cui fare i conti. Per questo motivo, la maggior parte delle statistiche diffuse fa uso di modelli, più o meno funzionanti, che restituiscono dei risultati spesso interpretabili, spesso sbagliati e spesso dipendenti dal modello adottato. In questo contesto intellettualmente povero e limitato, non è difficile immaginare un futuro in cui, tra poco, le banalisi statistiche faranno a meno degli statistici.
Prima che impedissero l’accesso a ChatGPT, ho provato a testarne l’abilità statistica con qualche domanda, immaginando lo scenario dei prossimi vent’anni. Le risposte, benché ancora imprecise e rudimentali, sono comunque inquietanti e indicative.
Facendo ricorso all’intelligenza artificiale, è già possibile conoscere, seppur con un certo errore, alcuni dati demografici. Se è vero che siamo ancora lontani dagli standard dei report diffusi dagli istituti internazionali di statistica, è anche vero che l’AI sta muovendo i primi passi e che immaginare un sistema in grado di generare grafici ed elaborazioni anche molto complessi, che faccia ricorso alla totalità dei modelli conosciuti e che sappia scegliere il miglior modello in termini di precisione e di minimizzazione dell’errore, non è fantascienza. In altre parole, da qui ai prossimi anni, le banalisi statistiche saranno affidate sempre di più agli algoritmi. Questo aspetto, che potrebbe gettare nello sconforto molti addetti ai lavori, quelli che hanno bisogno delle pubblicazioni più di quanto le pubblicazioni abbiano bisogno di loro, è un bene per la comunità scientifica. Gli statistici, finalmente, torneranno a occuparsi di statistica e gli indovini a leggere il futuro nelle viscere degli agnelli sacrificali.
Fin qui, è rimasto fuori il secondo aspetto, quello che darebbe un senso a una statistica di questo tipo: l’adeguamento del palazzo alle caratteristiche dei condomini. Purtroppo, anche volendo riconoscere un’utilità alla funzione giustificatrice, il mio palazzo è rimasto esattamente quello degli anni ’70. Non ci sono i montascale e l’ascensore non è adeguato a ospitare persone con disabilità; in compenso, gli inquilini anziani sono costretti a comunicare con l’amministratore attraverso la posta elettronica e a fare le riunioni in videoconferenza. Insomma, tutte cose che ignorano l’invecchiamento del palazzo.
Certo, alla statistica non interessano le sorti degli struffoli e di un condominio di periferia: ragiona su scala globale. Ed è proprio su una scala globale che le cose peggiorano… Nel palazzo Italia, in cui bisogna fare i conti con un invecchiamento ben più grave di quello del mio condominio, le banalisi statistiche, benché discutibili e sofferenti di tutte le mancanze che abbiamo evidenziato, potrebbero avere una loro utilità, ma sono totalmente ignorate dai decisori politici. In un Paese palesemente invecchiato, gli anziani sono costretti ad avere lo SPID, a prenotare i servizi su internet, a comunicare tramite email, a subire tagli continui alla sanità e all’assistenza, ad avere un’auto nuova per poter fare la spesa, o una visita medica, nella ZTL, ad attendere tempi biblici per un accertamento medico e a elemosinare una badante fidata dal parroco del paese, a raccomandarsi ai figli, ai nipoti, o al vicino di casa, per rinnovare la carta d’identità. Questo ragionamento, seppur limitato a un ambito di conoscenza preciso, la demografia, può essere generalizzato a qualsiasi altro ambito dominato dalle banalisi statistiche. Il lavoro, per esempio, o l’economia: chi aveva previsto internet, i Bitcoin, la spesa digitale e un sistema in cui una pizza, per essere consegnata, impiega meno tempo ad arrivare a casa di un’autoambulanza? Lo so, è sconfortante pensare che uno strumento indispensabile per indagare sulla struttura della materia sia stato strumentalizzato per cause molto meno nobili. Ma se non servono a fare le previsioni e non servono per guidare le scelte dei decisori politici, a cosa servono, le banalisi statistiche? Servono per partecipare a dei convegni in cui si riuniscono i banalisti, massimi esperti di banalisi statistiche, per dirsi reciprocamente quanto sono bravi a fare le banalisi statistiche. Servono per scrivere pubblicazioni inutili in cui si cerca goffamente di dimostrare non solo cosa è reale in un mondo fatto da cose irreali ma anche come sarà la realtà del futuro, senza avere la minima idea di come sia la realtà del presente. I banalisti e la banalità del male.
La differenza
Teresa Del Vecchio, Alessandro Capezzuoli
Bambola, pallone.
Femminuccia e maschietto.
Barbie, Big Jim. Trent’anni fa, la suddivisione era questa. Netta, definitiva: non era ammesso nessuno scambio di ruolo. Adesso, invece… uguale. Già da piccoli ci insegnano il principio base dell’esistenza: l’uomo e la donna sono condannati a essere diversi e a non incontrarsi mai. O, meglio, sono destinati a incontrarsi casualmente, quando il pallone, calciato dal maschio, piomba sulla casa di Barbie e la demolisce. Al limite, una bambina che gioca a calcio viene anche tollerata: si becca una frase tipo “sei un maschiaccio”, e passa la paura. Così, impariamo da subito l’importanza delle parole: “maschiaccio” può essere un complimento o un’offesa, dipende da come si dice e a chi si dice.
Io e lui
Teresa Del Vecchio, Alessandro Capezzuoli
Io e lui… la moglie e due figli.
Tre anni, l’ho aspettato tre anni. “Dammi tempo, vedrai, sistemo tutto”. Io l’avevo capito che non avrebbe mai sistemato nulla, ma ero troppo innamorata. Ci speravo. Che cretina sono stata. A ripensarci, adesso, mi prenderei a schiaffi.
Io ancora bella, nonostante tutta la vita che mi è passata addosso come un carro armato. Io ancora viva, nonostante le delusioni che, ogni volta, hanno ucciso qualche pezzetto d’anima. Io volevo darmi una possibilità. Un’altra, l’ultima. Io sola al tavolino di quel bar, in un pomeriggio anonimo, e lui che mi guarda e mi sorride. Mi sembrava bellissimo e l’ho amato da subito, prima ancora che mi dicesse “Ciao, posso sedermi vicino a te?”.
Sìììììì! Mi parlava di lui, del matrimonio ormai finito, dei figli che ormai erano grandi, di quanto era insoddisfatto delle sue giornate vuote e di come avrebbe voluto cambiare la sua vita. Mi sono rifiutata di pensare che fosse la solita storia del borghese annoiato, quella storia che ho sentito dalle mie amiche decine di volte…